COME BRICIOLE SPARSE SUL MONDO

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di AURORA CANTINI

COME BRICIOLE SPARSE SUL MONDO

La luce della piena giornata di maggio nel paesino abbarbicato sulle montagne bergamasche entrava a fiotti dalla finestra aperta e illuminava la massa liscia di capelli neri della ragazza china sull’antico scrittoio di legno massello appoggiato al davanzale. Una voce squillante la fece sobbalzare. «Ah, eccoti, Luisella. Ti ho cercato in biblioteca, ma non c’eri.» Poi Iris guardò decisa l’amica. «Ti devo parlare.»
«Che cosa c’è?» buttò lì l’altra riprendendo il lavoro di pulitura del legno.
«Allora, hai presente il concorso della Avon Cosmetics a cui ho partecipato a dicembre? Ebbene ho vinto.»
«Brava.»
«E non ti chiedi che cosa ho vinto? Un viaggio negli Stati Uniti.»
«Sarai contenta, hai sempre desiderato andarci.»
«Non capisci, non sono contenta, per niente!!»
Luisella realizzò finalmente il tono di voce dell’amica e la guardò negli occhi. «Ma Iris, hai partecipato proprio per quello. Perché non sei contenta?»
La ragazza abbassò gli occhi. «Il problema con mia madre non lascia spazio alla fantasia. Dalla Casa Santa Maria di Laxolo mi hanno detto che non ne avrà per molto.»
«Oh, Iris!» Luisella sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Conosceva la signora Frida da quando aveva tre anni e insieme a Iris, nel lontano 1971, aveva intrapreso l’avventura alla scuola materna, poco dopo la scomparsa dei suoi genitori, nel gennaio di quello stesso anno. «Perciò ci andrai tu, in America! A settembre!»
«Cooosa?!» Luisella era strabiliata. «Ma che dici?» ribatté ridendo e scuotendo il capo.
«Sì, tu!» Iris la fissò con sguardo pungente e asciutto. «Sto dicendo sul serio.»
Luisella si schiarì la voce. «Io… non so che dire.»
«Non dire niente. Accetta, ti prego.»
Anche ora, nella camera dell’hotel situato poco lontano da Times Square, mentre fissava le mille lucine che sfarfallavano oltre il vetro, le sembrava quasi impossibile credere che solo 24 ore prima era sul suo divano in soggiorno, accanto al camino che mandava gli ultimi bagliori di brace, nella casetta sulle montagne bergamasche dove aveva sempre vissuto fino alla morte della nonna, sette anni prima. Quasi un’altra vita. Per la prima volta era davvero dall’altra parte del mondo.
La giornata successiva, martedì 11 settembre 2001, si preannunciava calda e soleggiata, e anche il gruppo di turisti era elettrizzato: di lì a poco, quelli che lo desideravano, sarebbero entrati nel cuore delle Twin Towers, le Torri Gemelle.
Davanti agli occhi di Luisella apparvero, in tutta la loro magnifica possanza, i lastroni squadrati dei numerosi grattacieli che, simili a colonne argentate, si ergevano in successione fino all’orizzonte, occupando tutta la visuale.
Erano talmente alti che si sentiva riempire gli occhi solo di acciaio e riflessi, senza riconoscere il colore del cielo. Una serie di 23 ascensori ad alta velocità, quasi 500 metri al minuto, permise di raggiungere una delle due “skylobby” al 78° piano; da lì una serie di ascensori espressi dava la possibilità di muoversi all’interno di una delle zone in cui le “skylobby” suddividevano la Torre Nord.
Improvvisamente la terra stessa parve aprirsi, un rumore lancinante di motori trafisse gli orecchi, paralizzando Luisella contro il muro. Urla, urla, vicino a lei. I numerosi presenti additavano qualcosa oltre i vetri.
«Noooooooo!» La ragazza si volse e vide un mostro avventarsi verso di lei, ingrandirsi sempre più, un muso appuntito fendeva l’aria e puntava dritto quasi verso i suoi occhi, senza arrestarsi. Una voce, forse Giada. «Viene… viene verso di noi!!!»
Luisella cercò di muoversi ma la terra, il pavimento rimbombava, tremava e oscillava a ritmo martellante, squassandola contro la parete, facendole sbattere i denti in modo incontrollabile. Cominciarono a correre verso i corridoi, in un pigiarsi e schiacciarsi per allontanarsi dalle finestre. Ma tutti erano bloccati nella ressa. E poi un fischio lacerante sembrò dividerli a metà, l’aria si risucchiò e una tromba assordante di lamiere tagliate infestò l’aria.
Ci fu come un’onda d’urto che spinse in avanti l’intero piano e i suoi occupanti, quasi a sbattere la testa contro il pavimento, poi tutto si risollevò in senso opposto, lanciandoli in aria come pupazzi a molla. Infine ricaddero sbattendo contro spigoli, architravi, porte, maniglie, portaombrelli, mobili, sedie, ammassati come tante bambole cadute con gli arti scomposti, mentre la struttura tremava avanti e indietro.
Piangevano, gemevano, mentre qualcuno tossendo tentava di rialzarsi. Dalle finestre saliva fumo nero e caldo, che filtrava dagli interstizi blindati ed ammorbava l’aria. Partì l’ululato delle sirene d’emergenza scattate automaticamente insieme alle suonerie dei telefoni su tutto il piano.
Una incontrollabile puzza di acciaio surriscaldato intasava le narici. Esclamazioni in inglese, incomprensibili ma chiare nel significato di lancinante terrore.
«Ma l’aereo… dov’è andato?» balbettò qualcuno. Era Roberto.
«Ci ha centrati. Ha centrato la Torre!» gridò qualcun altro. Forse Paolo.
Clara era rimasta vicino a lei, scarmigliata e balbettante, ancora con il marsupio del marito in mano. «Ma come è potuto succedere, eh? Avrà sbagliato manovra?»
Luisella scuoteva il capo, chiudendo gli occhi. L’intero edificio oscillava, si sentiva tossire, qualcuno era svenuto, altri talmente frastornati che non capivano quello che la guida cercava di comunicare.
Alcuni cominciarono a correre via, a pigiare pulsanti per chiamare gli ascensori, chi spintonava, chi strattonava, chi superava la fila scavalcando le sedie. Luisella faticosamente si rialzò cercando di seguire gli altri, ma le porte comunicanti erano intasate e non si riusciva più a muovere. Molti del suo gruppo non li vide più.
Stava ancora cercando di riprendersi dalle vertigini che l’avevano assalita, quando sentì un nuovo strano rumore e allora si affacciò ad una delle ampie vetrate. Il frastuono proveniva da un grosso aereo che stava volando troppo basso, troppo vicino all’angolo della Torre Sud.
«Ma che fa quello? Un altro!?» esclamò un giovane dietro di lei. Tutti si volsero attoniti a guardare dalle grandi finestre. Come in una diretta, quasi un film in prima visione, l’aereo scomparve, inghiottito dalla massa argentea della colossale costruzione. Il muraglione d’acciaio si tagliò a lato come burro, parve assorbirlo morbidamente, si schiuse davanti a lui e subito si richiuse, inghiottendolo.
E poi fumo, schegge, una nuvola grigia, in un arco fiammeggiante, avviluppò il fianco del grattacielo precipitando verso il suolo e sotto i loro piedi il pavimento fu preda di uno scossone tremendo, ondulatorio, mentre un terrificante frastuono riempiva l’aria, metallo che strideva e piegava, stridore infernale come di treni deragliati che impazziti correvano a folle velocità.
La Sud proiettò per centinaia di metri frammenti e detriti incandescenti, in un turbinìo di carta e vetro, mentre all’interno si sviluppò un rogo colossale. Molti cominciarono a gridare.
Luisella cadde in terra sbattendo il fianco contro uno dei mobiletti adibiti alla distribuzione gratuita delle piantine del grattacielo. Dai punti di osservazione i presenti osservavano in silenzio le fiamme che assediavano la Torre dinanzi.
«Guardate! C’è qualcuno che cerca di scendere lungo la facciata!»
Clara si coprì la bocca con una mano, per soffocare un urlo. Si guardarono l’un l’altro, confusi. Un tremore sconosciuto cominciò a serpeggiare sotto la pelle.
«Ma perché? Mio Dio!» Improvvisamente una ragazza, forse un’impiegata, cacciò un urlo altissimo, additando. Persa la presa, probabilmente per la stanchezza o per il calore delle colonne stesse, si videro alcuni disperati precipitare nel vuoto.
Nella Nord c’era chi si spostava di continuo oltre le porte, fino agli accessi, come sperando di veder spuntare qualcuno, chi si passava una mano tra i capelli, chi sistemava ininterrottamente gli occhiali o girava in tondo, riflettendo. Chi era seduto su una sedia o per terra.
Assediate dalle fiamme e dal fumo acre e denso, molte persone avevano rotto con difficoltà gli spessi vetri delle finestre. Il mormorio di voci rendeva tutto come sospeso, in attesa. Ma erano straniti e sgomenti, senza saperlo stavano già dicendo addio al mondo. Impossibile scendere giù per le scale, già distrutte dall’incendio dei piani sottostanti.
Ovunque posasse lo sguardo Luisella vedeva volti attoniti, gli occhi grandi e liquidi di paura. Abbassò lo sguardo e vide che le mani tremavano senza sosta, attraversate da scariche elettriche di puro terrore. Non riusciva a fermare il fremito, era un incessante sussultare e rabbrividire. Dal grattacielo dirimpetto si vedevano puntolini colorati fare capolino tra le colonne grigie, nella parte sovrastante la fascia incendiata.
Chiedevano soccorso affacciandosi sul bordo dello squarcio, agitavano le braccia, si sporgevano più che potevano, agitando fazzoletti, bandiere, camicie, cravatte, cercando di segnalare la loro presenza. E poi un corpo si fiondò giù, in pantaloni bianchi, e un altro, in successione a due, a tre, mano nella mano, avvinghiati. Giovani, anziani. Improvvisamente enormi lingue di fuoco apparvero attraverso gli squarci delle pareti perimetrali della Torre Sud.
«Guardate!» richiamò uno dei facchini. «Cade!! Cade!!»
Si assieparono attoniti davanti a quello spettacolo apocalittico. La struttura si inclinò e cedette sul lato danneggiato; la parte sovrastante cominciò a piegarsi verso il basso trascinando giù e distruggendo la parte sottostante via via che avanzava. La Torre si afflosciò, scese giù come impacchettandosi in una distesa polverosa e fumante e fu il niente.
Tutto il piano tremò, un’ondata di scossoni travolse i presenti, che barcollarono come su una tavola sballottata dal mare in burrasca. Sembravano andare a picco, come su una funivia lanciata a folle velocità. Tutte le luci si spensero.
Luisella non riusciva più a ragionare, il suo cervello lanciava lampi di panico che la sommergevano impedendole perfino di respirare. Ma la difficoltà di respiro era reale: il fumo filtrava da ogni interstizio, lambiva le sagome dei presenti come l’ombra di un fantasma.
Un calore secco saliva dal pavimento e avvolgeva i piedi, come quando si accende il riscaldamento in auto. Da fuori non si vedeva più nulla, solo fumo, che si muoveva e si accavallava, ammassandosi minaccioso. Ormai il panico si era impadronito di tutti. Come topolini in gabbia correvano qua e là, cercando qualcosa, gridando, spintonando, finché qualcuno non cominciò a pregare, seguito da molti altri, in lingue diverse, un brusio incessante e senza requie.
La ragazza si sedette. Un’arsura tremenda le serrava la gola secca, le labbra screpolate e la lingua impastata all’interno della bocca. Tutto intorno saliva il calore, una cappa di afa appiccicosa.
«I miei genitori morirono quando non avevo neanche tre anni. Mia nonna mi diceva sempre di pensare che loro mi aspettavano.»
Con delicatezza, come seguendo un rito, aprì il portafoglio e tolse la foto dei genitori. Dolcemente li baciò.
Chi come lei aveva la foto di una persona cara, se la mise vicino al cuore. Altri chiesero perdono. Poi tutti si diedero la mano e chiusero gli occhi, mentre il cuore batteva a mille, impazzito nella trappola della gabbia toracica. Era ora.

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